Written by 8:07 am Malattie rare

Le malattie infettive (scomparse) sono sempre in agguato

Andiamo alla scoperta di alcune malattie che si pensava essere ormai debellate ma che invece…

Per anni ci siamo detti che la medicina aveva definitivamente sconfitto una delle peggiori piaghe del genere umano: il vaiolo. L’ultimo caso di vaiolo acquisito naturalmente nel mondo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia. Fatta eccezione per un focolaio limitato in seguito a un incidente di laboratorio presso l’Università di Birmingham, Regno Unito, nel 1978, non sono stati registrati ulteriori casi. Nessuno finora ha avuto motivo di dubitare della parola delle Organizzazioni Internazionali. Finché è uscita la notizia della diffusione del cosiddetto vaiolo delle scimmie che, però, a detta del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità,Tedros Adhanom Ghebreyesus, pur definendolo una minaccia alla salute umana, la cui evoluzione è preoccupante ma non va considerata un’emergenza sanitaria internazionale. Si tratta di un’infezione zoonotica (trasmessa dagli animali all’uomo) causata da un virus della stessa famiglia del vaiolo (Poxviridae) ma che si differenzia da questo per la minore trasmissibilità e gravità della malattia .Per ora i casi, nell’ordine di alcune migliaia, sono state segnalate in una quarantina di Stati e principalmente in Europa, principalmente in Gran Bretagna, dove sono esplosi i primi focolai. In Italia non si arriva alle 100 unità. In tutti i casi il responsabile sarebbe un ceppo di vaiolo (monkeypox) diffuso in Africa occidentale, meno aggressivo e pericoloso rispetto a quello endemico presente nel bacino del Congo. Al fine di tranquillizzare la popolazione, l’OMS ha finora adottato una strategia alquanto riduttiva: trovare un nome che crei meno paura, diffondere l’informazione che la mortalità è molto bassa e che l’epidemia colpisce principalmente gli uomini omosessuali promiscui e gli individui immunocompromessi. Trent’anni l’avevano detto per l’HIV e sappiamo purtroppo come è andata a finire. Succede spesso quando ci si imbatte in una infezione non completamente conosciuta o quando della malattia non si riconoscono subito i sintomi, o perché li si considera un brutto ricordo di patologie ormai quasi scomparse. Il fatto è che malgrado gli sviluppi della ricerca e della medicina, in alcuni casi queste patologie si stanno pericolosamente riaffacciando. Il Bollettino nazionale del Ministero della Sanità fornisce i riepiloghi annuali delle malattie infettive soggette a notifica, ma a livello globale i dati epidemiologici appaiono incompleti e datati per la difficoltà di raccolta in vaste aree del mondo. è pertanto difficile oggi quantificare la diffusione della famigerata Morte Nera, che nel 1300 sterminò circa il 60% della popolazione europea. Nei paesi sviluppati, attualmente la peste è certamente rara, sia per le migliori condizioni igieniche che per il ricorso agli antibiotici che ne hanno limitato la diffusione. Poiché la peste si diffonde attraverso le pulci che vivono in simbiosi con roditori come ratti e scoiattoli, in molte città colpite dall’emergenza rifiuti, in condizioni particolari direttamente conseguenti a guerre, catastrofi naturali e cambiamenti climatici, la malattia è ancora attiva e presente e non solo in Africa, in Sud America e in Asia. Negli Stati Uniti, per esempio, ogni anno se ne registrano alcune decine di casi sulle migliaia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità registra annualmente a livello mondiale. Le nazioni più colpite sono il Madagascar, il Perù e l’India. Tutti i pediatri ben conoscono i sintomi provocati dal il virus della Rosolia che, come molti altri colpisce prevalentemente in età pediatrica. In Italia nel 2017 si registrarono solo 65 casi ma talvolta si trascura il fatto che il virus può anche essere trasmesso in gravidanza da madri non vaccinate, e in questi casi, la Sindrome da Rosolia congenita può causare la morte del feto o gravi invalidità del bambino. Questa modalità d’infezione, è diffusa soprattutto nei paesi con bassa copertura vaccinale, in particolare in Africa e nel sud-est asiatico. Da gennaio 2005 In Italia è attivo un sistema di sorveglianza nazionale per rosolia congenita e infezioni rubeoliche in gravidanza che ha segnalato 88 casi con due picchi di segnalazioni, uno nel 2008 (30 casi, incidenza 5,2 per 100.000 nati vivi) e il secondo nel 2012 (21 casi, incidenza 3,9 per 100.000 nati vivi). A partire dal 2013 l’incidenza della rosolia congenita è inferiore a 1 caso/100.000 nati vivi. Si stima però che ogni anno, nel mondo, circa 100.000 bambini nascano con la sindrome della rosolia congenita, nonostante la vaccinazione sia diventata disponibile da oltre 50 anni e 168 su 194 paesi l’abbiano implementata con un calo del 97% delle infezioni (dato 2018). La mobilità internazionale e le migrazioni incontrollate hanno riportato all’attenzione dei Paesi occidentali anche la Tubercolosi che oggi rappresenta ancora una delle 10 principali cause di morte nel mondo. Nel 2017, 10 milioni di persone si sono ammalate di tubercolosi e la malattia ha portato al decesso di 1,6 milioni di persone. Una volta la si indicava come la Piaga Bianca, ed ha rappresentato, soprattutto nell’Europa del XVIII secolo, la più terribile e spietata causa di morte. L’asintomaticità dell’infezione che la veicola ha sempre reso complicata la sua diagnosi. La sua latenza si trasforma nella malattia attiva soltanto in un caso ogni dieci ma, se non trattata, in quel caso uccide il 50% delle volte. La sua cura è uno dei grandi successi della medicina moderna che è riuscita a mettere a punto strumenti per diagnosticarla e trattarla con grande efficacia. Malgrado la nostra capacità di affrontare e arginare la diffusione della malattia, però, sarebbe un errore abbassare la guarda: la tubercolosi, per esempio, alcuni anni fa infettò ben 9.400 persone negli Stati Uniti, in quello che è stato considerato uno dei più grandi focolai degli ultimi anni in un paese del Nord del mondo. Consideriamoci fortunati, quindi, perché a livello globale, purtroppo, la tubercolosi ha continuato a diffondersi e a mietere le sue vittime: più di un milione di persone all’anno muoiono di TBC e molti più sviluppano la malattia. Se la tubercolosi è generalmente curabile, ci sono nuove forme, resistenti ai farmaci, che causano a oggi grandi difficoltà nel controllo della malattia. Come è risaputo, l’infezione si diffonde nell’aria, favorita da situazioni di sovraffollamento e di scarsa ventilazione. Un sistema immunitario forte può normalmente combattere la malattia, ma la tubercolosi si impone in organismi di pazienti dalle difese immunitarie indebolite, in particolare le persone affette da virus HIV. Un’altra patologia con cui l’umanità ha convissuto da sempre è la Poliomielite. Il virus si diffonde attraverso il contatto con feci infette o con gocce di starnuto.Tramite questi veicoli raggiunge il cervello e il midollo spinale, causando gravi danni, in alcuni casi la paralisi.Negli anni ’40 e ’50, soltanto negli Stati Uniti circa 35.000 persone sono diventate disabili a causa della polio. Successivamente furono sviluppati dei vaccini efficaci che condussero alla Global Polio Eradication Initiative del 1988: in quegli anni la poliomelite rendeva paralizzati ogni giorno più di 1.000 bambini in tutto il mondo. Da allora, circa 3 miliardi di bambini sono stati immunizzati, portando ad una riduzione del 99% dei casi riscontrati. Benché la battaglia con questa spietata epidemia sembri praticamente vinta, ancora nel 2015 furono segnalati 51 casi di virus, tutti circoscrivibili ad un’area geografica che sta tra l’Afghanistan e il Pakistan. In Italia il vaccino antipolio OPV è diventato obbligatorio nel 1966 e l’ultimo caso autoctono di malattia è stato segnalato nel 1982 cui seguirono due casi nel 1984 e 1988 importati rispettivamente dall’Iran e dall’India. Si ha però il sospetto della presenza del virus anche in zone molto specifiche dell’Africa soprattutto in Nigeria. Ne deriva che se il resto del mondo può dirsi libero dalla malattia, resta sempre il rischio d’importazione da quei paesi in cui il virus è ancora presente. Passiamo ora a parlare di pertosse, infezione ben conosciuta in trutti i suoi aspetti, che si trasmette per via aerea provocando infiammazione, rigonfiamento delle vie respiratorie, tosse intensa, con effetti particolarmente gravi per i bambini. In Italia, annualmente ne vengono notificati diverse centinaia di casi. Ogni specialista sa che si tratta di un’infezione di tipo batterico molto contagiosa che a volte può durare anche per molte settimane, ma forse qualcuno, contando sulla potenza degli antibiotici trascura che questa malattia è molto meno innocua di quello che si crede perché ha un’elevata mortalità, specie nei bambini nel primo anno di vit (2×1000). La causa principale di questo elevato tasso di mortalità è da ascriversi al fatto che, molto spesso, alla pertosse si lega l’insorgenza di polmonite, che va a colpire in questo caso un organismo già abbondantemente indebolito. Da non trascurare il fatto ulteriore che uno o due bambini su mille, tra quelli colpiti dalla pertosse, sviluppano un’encefalopatia grave che può provocare paralisi, ritardo mentale o altri disturbi di tipo neurologico. Le statistiche sono abbastanza scarse, nel 2018, ci sono stati 35627 casi di pertosse segnalati da 30 paesi dell’Unione Europeacon cinque paesi – Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna e Regno Unito a rappresentare il 72% di tutti i casi notificati, ma si calcola che nel mondo, annualmente muoiano ogni anno circa 150.000 bambini. Non meno sconvolgente il numero dei bambini deceduti a causa della Difterite, circa il 5-10% di tutti quelli che ne vengono infettati. La difterite colpisce il naso e la gola, viene trasmessa dalla tosse o dagli starnuti e in passato è stata a lungo la causa più grande di decessi nell’infanzia. La storia della medicina racconta che cento anni fa, nel 1921, negli Stati Uniti furono registrati ben 206.000 casi che causarono oltre 15.000 morti. I programmi di vaccinazione hanno determinato un rapido declino: nell’ultimo decennio negli Stati Uniti, i casi di difterite registati si contano sulle dita delle man; In Italia, secondo i dati del Ministero della Salute non sono più stati registrati casi di difterite infezione da Corynebacterium diphtheriae tossinogenico a partire dal 1996. Dal 2000 ad oggi sono stati pochi i casi notificati di malattia dovuti ad altri ceppi, sebbene dal 2015 al 2017 sia stato osservato un aumento con 8 casi notificati, tutti nel nord del nostro Paese. A livello europeo si è registrato un decesso per difterite in Spagna nel 2015 ed in Belgio nel 2016. Nei paesi in via di sviluppo, però, questa malattia rappresenta ancora una costante minaccia, benché fortemente ridimensionata nei numeri. Una rilevazione di qualche anno addietro parla di 5.000 casi di difterite a livello globale, ai quali probabilmente si devono aggiungere molti altri casi non segnalati, a causa di una diffusione maggiore in zone difficilmente monitorate da un qualsiasi sistema sanitario efficace. I ceppi che ancora resistono sono individuabili in alcune zone dell’Africa e dell’Asia meridionale. Anche il destino vadella Scarlattina sembra segnato. Questa malattia infettiva contagiosa, causata dalla presenza di batteri che si trovano nella gola e sulla pelle, con caratteristiche eruzioni esantematiche che vanno dal colore rosa al rosso, è provocata da batteri che si diffondono attraverso lo starnuto o la tosse, tramite contatto, soprattutto se in in presenza di infezioni come l’impetigine o o tramite biancheria contaminata. Nella seconda metà del XIX secolo, in Europa, il tasso di mortalità di chi veniva colpito dall’epidemia superava addirittura il 30%. A metà del ‘900 gli antibiotici e il miglioramento delle condizioni di vita hanno contribuito a renderla sempre più rara, almeno per quanto riguarda i paesi più sviluppati. Tuttavia nel 2014 e poi nel 2018 si sono verificate nel Regno Unito due epidemie con decine di migliaia di casi di scarlattina, a testimonianza che non è impossibile che questa patologia possa avere altri ritorni di fiamma.

 

 

 

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Tag:, , Last modified: Luglio 26, 2022
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