Mese: Giugno 2021

I pediatri italiani fra innovazione e tradizione

Psicologia

Palermo ospita il 70° Congresso Italiano di Pediatria. Dall’11 al 14 giugno 2014 oltre 1500 specialisti si incontreranno per discutere...

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Processionaria: una minaccia strisciante per la pelle

Allergie

Il 24 febbraio scorso, quasi tutti i quotidiani romani hanno riportato la storia di un bambino ricoverato d’urgenza presso la struttura...

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Malattie respiratorie: grande aumento fra i bambini

Pronto soccorso

Si sente molto parlare, in questi giorni, di come le malattie respiratorie possano rappresentare un ulteriore fattore di rischio per...

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Seborrea: tutta colpa della genetica?

Dermatologia

L’iperseborrea riveste un ruolo centrale non solo nella patogenesi della dermatite seborroica infantile ma, qualche anno più avanti,...

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Antibiotici e allattamento: quali rischi si corrono?

Alimentazione

Durante l’allattamento circa il 90% delle madri assume un farmaco nella prima settimana dopo il parto e la percentuale di allattamento tende a decrescere se le donne necessitano di una terapia farmacologica. In particolare, il 22% delle donne che richiede un’antibioticoterapia, anche se considerata sicura in allattamento, non inizia la terapia o smette di allattare. Considerando i numerosi benefici, a breve e lungo termine, sia per il bambino sia per la madre, l’allattamento al seno in maniera esclusiva per i primi 6 mesi di vita del lattante è raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pertanto, è di fondamentale importanza un’attenta valutazione della terapia farmacologica prescritta, tenendo conto che l’eventuale controindicazione ad allattare al seno implica la perdita dei documentati benefici dell’allattamento. Un eventuale rischio per il lattante, legato al passaggio del farmaco nel latte materno, può dipendere da numerosi fattori correlati al farmaco, alla madre e al lattante stesso. In generale, il passaggio dei farmaci nel latte materno è favorito per i farmaci con basso peso molecolare, lunga emivita (tempo necessario per dimezzarne la quantità nell’organismo), elevata liposolubilità e basso legame alle proteine plasmatiche. Anche lo stadio della lattazione condiziona la quota di farmaco a cui potenzialmente potrebbe essere esposto il lattante. Nella fase di produzione del primo latte, il colostro, i farmaci passano più facilmente ma, considerando il volume limitato di colostro, la dose del farmaco ingerita dal lattante è minima. Al contrario, nelle fasi più avanzate della lattazione, pur essendo il volume di latte maggiore, una minore quantità di farmaci passa nel latte materno. Fattori da considerare sono la frequenza e la durata dell’allattamento al seno, la posologia della terapia materna, la durata dell’azione del farmaco (breve vs preparazioni a lunga durata d’azione), la via di somministrazione (sistemica vs topica). In linea di massima, gli eventi avversi nel lattante per applicazione topica di antibiotici sono poco probabili, poiché l’assorbimento viene considerato limitato e il rischio per l’allattamento nullo. L’applicazione topica nella regione del capezzolo e il diretto contatto del lattante devono essere utilizzati con cautela. Per quanto riguarda il lattante i fattori principali da considerare sono correlabili a prematurità, deficit enzimatici e immaturità della barriera ematoencefalica. Penicilline e inibitori della beta-lattamasi
Le penicilline e gli inibitori della beta-lattamasi, sono antibiotici con una bassissima tossicità cellulare. Il loro uso nelle donne in allattamento è generalmente sicuro, in quanto solo minime quantità di farmaco raggiungono il latte materno. Inoltre, la maggior parte delle penicilline somministrate per via orale subisce una degradazione nell’ambiente acido dello stomaco. Le penicilline non presentano tossicità diretta, ma possono determinare reazioni di ipersensibilità e alterazioni nel microbiota intestinale del lattante. Amoxicillina e ac. clavulanico presentano uno scarso passaggio nel latte materno mentre Ampicillina e Sulbactam hanno un passaggio minimo e gli unici eventi avversi riferiti sono rash cutaneo e alterazioni del microbiota. Cefalosporine
Le Cefalosperine presentano lo stesso meccanismo d’azione delle penicilline. Sia le formulazioni orali sia quelle parentali presentano un limitato passaggio nel latte materno e pertanto sono considerate sicure in allattamento. Il riscontro di effetti avversi e/o di diarrea / candidosi è trascuarbile.
Carbapenemi e monobattami
Ertapenem e Meropenem, seppur con dati limitati, presentano bassi livelli nel latte materno e non sono stati finora associati a eventi avversi nel lattante. Anche l’Aztreonam è considerato accettabile durante l’allattamento.
Macrolidi
I principi attivi maggiormente utilizzati tra i macrolidi sono la Claritromicina, l’Azitromicina e l’Eritromicina che presentano bassi livelli nel latte materno e la maggior parte degli effetti riportati include modifiche della flora gastrointestinale del lattante pertanto ne è indicato il monitoraggio. Studi epidemiologici indicano un aumento del rischio di stenosi ipertrofica da restringimento del piloro nei lattanti esposti durante i primi mesi di allattamento.
Licosamidi
Clindamicina e Lincomicina, seppur con dati limitati, presentano bassi livelli nel latte materno e non sono stati finora riportati eventi avversi nel lattante anche se è indicato il suo monitoraggio per eventuale dismicrobismo intestinale.
Tetracicline
Le Tetracicline passano nel latte materno in bassi livelli; inoltre, vengono scarsamente assorbite nel tratto gastrointestinale del lattante poiché il calcio presente nel latte materno ne limita notevolmente l’assorbimento. Dioxiciclina e Minociclina, per la minore affinità al calcio, presentano una maggiore probabilità di assorbimento nel tratto gastrointestinale del lattante, ma non sono riportati eventi avversi.
Aminoglicosidi
Gli aminoglicosidi, grazie alla loro struttura molecolare polare, attraversano con difficoltà le membrane biologiche. Gentamicina, Amikacina, Kanamicina e Tobramicina mostrano uno scarso passaggio nel latte materno anche nelle formulazioni topiche. Alcuni studi riportano che i neonati sembrerebbero assorbire una quota maggiore di gentamicina rispetto ai lattanti più grandi, ma i livelli ematici raggiunti risultano inferiori alle dosi terapeutiche neonatali.
Amfenicoli
Il cloramfenicolo, grazie al suo basso peso molecolare e l’elevata liposolubilità si diffonde molto rapidamente in tutti i tessuti e nel latte materno. Il suo uso è stato associato a numerosi eventi avversi (vomito, coliche addominali, meteorismo, eccessiva sedazione) in lattanti le cui madri erano in terapia con tale farmaco. La quantità di farmaco assunta attraverso il latte materno non è tale da poter indurre la sindrome del bambino grigio intossicazione da cloramfenicolo caratterizzata da vomito, rifiuto dell’allattamento, respiro irregolare, distensione addominale, cute grigia, ipotermia, shock, possibile esito letale), ma sebbene non descritta in letteratura, non è esclusa l’anemia aplastica indotta da cloramfenicolo.
Sulfamidici e trimetoprim
Passano nel latte materno in quantità variabile, presentando una diversa affinità di legame per l’albumina plasmatica e competendo con la bilirubina per lo stesso legame. Nel caso di deficit nel lattante dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD), necessario per il mantenimento della forma dei globuli rossi, i sulfamidici possono determinare emolisi acuta. Pertanto, nelle madri dei lattanti con iperbilirubinemia o deficit G6PD, dovrebbero essere utilizzati con cautela durante le prime sei settimane post-partum. Chinolonici
I Fluorochinoloni in passato erano controindicati in allattamento a causa di un rischio di danno delle articolazioni in accrescimento del lattante.Tuttavia, studi più recenti hanno mostrato che tale è rischio è da ritenersi quasi nullo. La ciprofloxacina, la Levofloxacina e la Ofloxacina, presentano bassi livelli nel latte. Si consiglia di posticipare la poppata rispettivamente di 3-4 ore e 4-6 ore rispetto all’assunzione della terapia.
Nitrofurani
La Nitrofurantoina presenta una bassa escrezione nel latte ma se c’è deficit nel lattante dell’enzima G6PD, può determinare emolisi. In tale caso, va utilizzata con cautela nella donna che allatta.

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Violenza e cyberbullismo tra i banchi di scuola

Psicologia

Gli atti di bullismo sono equiparabili allo stalking. è quanto stabilisce la proposta di legge che il 29 gennaio scorso è stata...

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Il pianto del neonato cambia a seconda della lingua madre

Pillole

Grazie a studi svolti in Germania, si è arrivati a una strabiliante scoperta: il pianto dei neonati cambia di intensità e tipologia a...

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Pachionichia Congenita: non solo un problema di unghie

Malattie rare

Ci sono patologie dermatologiche che si manifestano solo in sedi molto particolari, come per esempio le unghie delle mani o dei piedi. è il caso della pachionichia che si presenta proprio con un ispessimento delle unghie e che può portare a deformità e alterazioni della crescita, scollamento della lamina e difformità nel colore che anziché rosa vira tra il grigio e il verde. A volte oltre alle unghie, si registra anche un ispessimento dello strato di pelle a loro sottostante. Tre possono essere i fattori scatenanti: psoriasi (pachionichia psoriasica); funghi (pachionichia micotica), ereditarietà (pachionichia congenita). Nel primo caso, la patologia coinvolge i pazienti già affetti da psoriasi e può provocare l’ispessimento dell’unghia fino al suo sbriciolamento. La pachionichia micotica è invece diretta conseguenza della onicomicosi, ossia di una alterazione della lamina ungueale causata da funghi patogeni, che può evolvere in pachionichia se trascurata. Diverso e più complesso, il discorso relativo alla pachionichia congenita (PC). In questo caso si indica una rara genodermatosi che può colpire subito dopo la nascita o nella tarda infanzia, anche se non mancano i casi, seppur limitati, di esordi della malattia in età adulta. Questa forma coinvolge l’ectodema e si manifesta principalmente oltre che con l’ispessimento delle unghie, con cheratoderma palmoplantare doloroso, cisti e mucose orali di colorito bianchiccio. Se ne conoscono di due tipi: Jadassohn-Lewandowsky (Pachionichia congenita di tipo 1) e Jackson-Lawler (Pachionichia congenita di tipo 2), anche se negli ultimi anni si è adottata una classificazione dei pazienti che consta di quattro sottogruppi, in base all’eziologia molecolare: PC-K6a, PC-K6b, PC-K16 e PC-K1 e alle mutazioni negative dominanti di almeno 4 geni KRT6A, KRT6B (12q13.13), KRT16, KRT17 (17q21.2), che codificano per le cheratine espresse di preferenza negli strati basali e soprabasali della cute palmoplantare, delle appendici epidermiche e della mucosa orale. Solitamente, il suo esordio è rintracciabile nella sede delle unghie e dei denti neonatali dove si nota un anomalo ispessimento che può provocare importanti problemi alimentari durante la fase dello svezzamento. La diagnosi si basa sull’esame clinico ed è confermata dai test molecolari mentre quella differenziale si pone con le sue varianti come lo steatocistoma multiplex, che si sviluppa durante la pubertà con scarsa o assente distrofia ungueale, e il cheratoderma palmoplantare non epidermolitico; e con i disturbi caratterizzati da distrofia ungueale, come l’epidermolisi bollosa, la sindrome di Clouston (che presenta invece anche alopecia) e con i disturbi acquisiti, come la psoriasi e il lichen piano. L’evidenza di una possibile occasionale trasmissione semidominante della malattia enfatizza l’importanza dell’accuratezza della diagnosi molecolare e della consulenza genetica. Entrando più nel dettaglio delle manifestazioni fisiche già accennate, per quanto riguarda la distrofia ungueale, essa si manifesta sia sulle mani che sui piedi in una delle tre forme seguenti: 1) crescita ungueale a lunghezza piena con inclinazione verso l’alto e con marcata curvatura ungueale da ipercheratosi distale prominente; 2) interruzione prematura delle placche ungueali, con conseguente esposizione della punta delle dita e ipercheratosi distale 3) assottigliamento delle placche ungueali con ipercheratosi scarsa o assente. Il cheratoderma palmoplantare invece, colpisce il bambino di solito nei primi anni di vita,, nel momento in cui questi inizia a camminare, presentandosi o in maniera diffusa o localizzata. Spesso a questa manifestazione cutanea può associarsi l’insorgenza di vescicole che causano dolore acuto. Più di rado, il cheratoderma può fare la sua comparsa in un secondo tempo ma, comunque, nella quasi totalità dei casi, prima che il piccolo paziente compia 12 anni. Il cavo orale è un’altra delle sedi in cui si manifestano i segni della Pachionichia. Le mucose orali, infatti, possono essere colpite da leucocheratosi rendendo difficile l’alimentazione. In questo caso la diagnosi differenziale si effettua con la candidosi orale. In contemporanea, la patologia principale può accompagnarsi a una cheratosi follicolare sul tronco e in quelle zone in cui è facile la frizione (vita, gomiti e ginocchia). Possibili anche fenomeni di ipersudorazione a livello dei palmi delle mani e delle piante dei piedi da iperidrosi palmoplantare, steatocistomi diffusi con esordio durante o dopo la pubertà, cisti ascellari e inguinali, raucedine nei bambini piccoli. Passiamo adesso alle cure. Purtroppo, a oggi, non esistono terapie realmente efficaci anche se è possibile intervenire per ridurre una parte della sintomatologia e le problematiche a essa relative. Esistono dei centri specializzati in cui viene praticata la riduzione dello spessore delle unghie tramite appositi strumenti come piccole frese: un’azione necessaria soprattutto per quelle dei piedi dato che l’accrescimento incontrastato delle unghie potrebbe rendere complicato e molto doloroso l’utilizzo delle scarpe e dare luogo a ipercheratosi e callosità sotto e intorno all’unghia, oltre a infiammazioni e rischio di ulcerazioni. Il cheratoderma palmoplantare può essere invece affrontato tramite l’utilizzo e l’applicazione topica di soluzioni emollienti per ridurre l’ipercheratosi e adottando strategie per limitare le frizioni e i traumi ai piedi. Nuovi approcci terapeutici in fase di studio comprendono le strategie basate sull’impiego di piccoli RNA di interferenza (siRNA), sull’uso sistemico e topico della rapamicina e sulle iniezioni di tossina botulinica.

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