Written by 9:59 pm Malattie rare

Eritromelagia: la speranza di una nuova cura

Conosciuta anche come Malattia di Mitchell, ha una sintomatologia molto dolorosa e debilitante

Un bruciore intenso (o urente) cui fanno seguito un rapido aumento della temperatura cutanea e un rossore diffuso su mani e piedi che perdura da pochi minuti fino a qualche ora. Quelli che avete letto non sono i tipici sintomi di una scottatura, bensì i segni dell’eritromelagia (dalle parole greche erythros ossia rossore, melos: estremità e algos, dolore). Conosciuta anche come Malattia di Weir Mitchell che la descrisse nel 1878, o più evocativamente “Man on fire syndrome” (letteralmente, sindrome dell’uomo sul fuoco), questa rara patologia è causata da una vasodilatazione parossistica a carico delle piccole arterie di mani e piedi e, di rado, del volto, delle orecchie o delle ginocchia. Può manifestarsi come condizione patologica oppure come sintomo secondario di un’altra malattia, generalmente legata a difetti della coagulazione, Diabete, Gotta, Sclerosi multipla, Artrite reumatoide, Ipertensione, Lupus eritematoso sistemico, Policitemia vera, Trombosi venosa profonda, Trombocitemia, patologie del midollo spinale. Più raramente, i sintomi possono fare la loro comparsa a seguito dell’uso di alcuni farmaci (p. es., nifedipina, bromocriptina) oppure avere un’origine genetica (in questo caso la malattia si manifesta alla nascita o durante l’infanzia). A causare l’insorgenza degli attacchi, nella maggior parte dei pazienti, è il calore (temperature da 29 a 32° C). I sintomi, che non si associano a lesioni trofiche, possono non manifestarsi o avere un impatto lieve per anni oppure, al contrario, avere un effetto così devastante da comportare una invalidità completa. Generalmente, comunque, la patologia divenuta cronica è anche progressiva e invalidante, condizionando marcatamente la qualità di vita del soggetto colpito. Sovente può verificarsi una disfunzione vasomotoria generalizzata o si può manifestare la sindrome di Raynaud. In letteratura, nel 1938 è stata effettuata una prima suddivisione della malattia in eritromelagia primaria (o idiopatica) e secondaria. Ha fatto seguito nel 1991 una nuova classificazione che tiene conto del periodo di esordio delle manifestazioni cliniche (Kurzrock et al. Am J Med 1991; 91: 416-22). In questo caso gli autori distinguono l’eritromelalgia in una forma a esordio nell’adulto, a sua volta distinta in una forma “primaria” e una forma “secondaria” a trombocitemia essenziale o ad altre malattie sistemiche, e in una forma a esordio nell’infanzia, includendovi le forme familiari. L’eritromelalgia primaria a esordio nell’adulto è la più frequente (60% dei casi). Essa colpisce nella maggior parte dei casi i membri del sesso maschile (rapporto 2:1) e si manifesta soprattutto tra i 50 e i 70 anni di vita, sebbene alcune segnalazioni sembrino ribaltare queste conoscenze segnalando una prevalenza maggiore nel sesso femminile e un esordio dei sintomi in età più giovane. Più sicura la sede di insorgenza dei sintomi, che si concentra principalmente nelle estremità inferiori (65%), con possibile coinvolgimento simultaneo anche delle estremità superiori (25%), mentre in una minoranza dei casi (10%) si può osservare una distribuzione “atipica” (solo le mani, una mano e un piede). Prevale l’impegno simmetrico delle estremità. Oltre che dal calore, gli episodi parossistici sono causati anche dall’attività fisica intensa, dall’ortostatismo prolungato, mentre il freddo, il riposo, l’elevazione delle estremità colpite favoriscono un’attenuazione della sintomatologia. La durata degli attacchi varia da pochi minuti a diverse ore e il decorso è caratterizzato da fasi di riacutizzazioni intervallate da periodi di remissione. Il 65% dei pazienti con eritromelalgia primaria presenta un’attenuazione dei sintomi con l’assunzione di acido acetilsalicilico. Il meccanismo patogenetico ipotizzato sarebbe rappresentato da uno shunt artero-venoso microvascolare. L’eritromelalgia secondaria dell’adulto è invece per lo più associata a malattie mieloproliferative, in particolare alla trombocitemia essenziale e alla policitemia vera, più raramente alla leucemia mieloide cronica e alla mielofibrosi idiopatica. Bisogna considerare che la Malattia di Mitchell precede spesso la diagnosi di malattia mieloproliferativa con un intervallo medio di 2.5 anni. Infatti, circa l’85% dei soggetti sviluppa la sindrome acrale prima che le malattie mieloproliferative si rendano manifeste, nel 10% le due affezioni esordiscono contemporaneamente e soltanto nel 5% dei casi l’ETM è successiva alla comparsa dell’emopatia. Questa forma predilige il sesso maschile (rapporto 3:2) e si manifesta attorno ai 60 anni di vita. Coinvolge le estremità inferiori più frequentemente di quelle superiori, pur potendosi osservare, raramente, un impegno isolato di queste ultime, mentre prevale l’impegno asimmetrico delle estremità. La diagnosi viene effettuata tramite indagini strumentali e la diagnosi differenziale, si effettua con le distrofie riflesse post-traumatiche, la sindrome spalla-mano, la neuropatia periferica, la causalgia, la malattia di Fabry e la cellulite batterica. A oggi non esiste una vera cura per l’eritromelagia e il suo trattamento consiste nell’evitare l’esposizione a fonti di calore, nel riposo, nel sollevamento degli arti e negli impacchi fatti col ghiaccio. In caso di eritromelalgia primitiva, la somministrazione di gabapentin, principio attivo utilizzato nel trattamento dell’epilessia e del dolore neuropatico periferico, può portare benefici. Nell’eritromelalgia secondaria, deve essere trattata la patologia di base e l’aspirina può essere di aiuto quando una malattia mieloproliferativa ne è la causa. Alcuni ricercatori di Yale sono arrivati a sviluppare una strategia che potrebbe portare ad una terapia del dolore personalizzata. In uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, concentratosi sulla ricerca delle mutazioni che causano la sindrome, utilizzando sofisticate tecniche di modellazione degli atomi, è stato identificato il canale del sodio Nav1.7, alla base delle cellule nervose, come regolatore di diverse forme di dolore cronico. Sotto la guida di Stephen Waxman, Professore Ordinario di Neurologia presso la Bridget Marie Flaherty e autore senior dello studio, i ricercatori di Yale hanno quindi scoperto che è una specifica variante nel canale del sodio a spiegare perché questa famiglia ha risposto positivamente al farmaco: la differenza di un singolo amminoacido tra 1.800. Durante lo studio il team ha sviluppato un modello tridimensionale della struttura del canale e ha analizzato a livello atomico le mutazioni causate dall’eritromelagia. Così facendo i ricercatori hanno scoperto un ulteriore seconda mutazione, sensibile al trattamento con carbamazepina. In seguito a tale scoperta i ricercatori pensano quindi che teoricamente tutti pazienti affetti da dolore cronico con questa mutazione dovrebbe rispondere positivamente al trattamento con carbamazepina. “Questo lavoro – ha affermato Waxman – ci mostra che l’obiettivo di una terapia del dolore personalizzata non è impossibile”.

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Tag:, , Last modified: Novembre 22, 2022
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