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Abbronzarsi la pelle? Una questione epocale

A seconda dell’epoca storica, l’abbronzatura ha ricoperto diversi significati legati al ceto sociale e allo stile di vita. La storiografia ci racconta che le donne patrizie dell’antica Roma, così come i loro uomini, ritenevano l’esibizione di una pelle scura come sintomo di lavoro all’aria aperta e di conseguenza come testimonianza dell’appartenenza a una classe sociale bassa. Per evitare di esporsi al sole, allora, i nobili di rango decidevano di viaggiare su lettighe coperte, e si proteggevano dal sole con mantelli e i precursori dei più moderni ombrelli (fatti in pelle e raggi metallici, come testimoniano numerose raffigurazioni su vasi e nfore). Anche nel ‘700, poco prima della rivoluzione industriale, l’iscurimento della pelle dovuto al sole era considerato una prerogativa delle classi meno abbienti, spesso costrette a lavorare all’aperto, come i contadini o i pescatori. Il pallore era quindi considerato sinonimo di un elevato ceto sociale, da accentuarsi con ciprie, ceroni biancastri, cappelli, parasoli e nei di seta per esaltare il contrasto col viso quasi cereo. Dalla comparsa delle fabbriche e dei primi grandi distretti minerari, in cui i lavoratori avevano spesso un pallore endemico dettato dalle condizioni di lavoro, la pelle bianca cessa di essere prerogativa dei più ricchi. Solo agli inizi del ‘900, però, la tendenza si ribalta del tutto e l’abbronzatura diventa segno di benessere e di una ricchezza che permette vacanze e lunghi viaggi, mentre il pallore, all’opposto, assume lo stigma di chi non ha la possibilità di godersi riposo e spiagge assolate. 

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Tag: Last modified: Luglio 26, 2022
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