Dott.ssa Gabriella La Rovere
Spesso nel curare un bambino affetto da disabilità mentale ci si dimentica che si ha a che fare con un soggetto indifeso
Il termine osservazione indica il raccogliere informazioni per il tramite degli occhi. Queste informazioni sono poi oggetto di analisi e di conclusioni. In linea di massima l’occhio non mente e quello che viene censito favorisce gli strumenti per diagnosi e procedure. Mi sto riferendo a quella parte della medicina, così importante da sempre, che è la Semeiotica, ovvero l’analisi dei segni che orienta verso la diagnosi. Tralasciando la devastante esperienza degli ultimi anni, caratterizzati da un irrigidimento dei protocolli di sicurezza che per lunghi periodi hanno di fatto ridotto al lumicino le interazioni sociali anche di tipo medico-paziente, è innegabile che il medico impigrito dalla tecnologia abbia scordato di osservare il malato così come si presenta al suo studio. Né appare che i recenti strumenti tecnologici introdotti al fine di assicurare prestazioni “a distanza”, la cosiddetta telemedicina, si muovano nella direzione di un ripristino di quel rapporto, fino a qualche anno fa ritenuto essenziale tanto dal professionista che dal paziente. Sembra infatti ormai una pratica superata quella di analizzarne il colorito, la morfologia del cranio, l’aspetto delle mani e delle unghie, la postura. Così come si è persa traccia, dell’utilizzo durante la visita di un altro senso, l’olfatto, usato per rilevare le caratteristiche dell’alito o anche del sudore corporeo. E lo stesso vale per l’udito e il tatto. Eppure la semeiotica non solo ha consentito la diagnosi in epoche lontane, ma ha implicitamente consacrato l’unicità della persona che in quel momento è malata. Chi appartiene alla vecchia guardia sa benissimo che l’osservazione è importante, ancora di più in presenza di un bambino con disabilità mentale. Tenendo presente che ci troviamo di fronte a un sistema comunicativo non condivisibile, l’osservazione consente infatti di capire meglio, di apprezzare segni che sono il suo particolare modo di esprimersi. L’affermazione non è poi così strana perché ognuno di noi applica, coscientemente o meno, la comunicazione e la meta-comunicazione. Se parlassimo unicamente senza servirci al contempo del linguaggio del corpo, della modulazione della voce, della gestualità, non saremmo in grado di comunicare in maniera efficace. Osservare per comprendere e di conseguenza usare i metodi, specifici per quel bambino, per svilupparne le potenzialità. Niente è impossibile e, soprattutto, nessuno deve essere lasciato indietro. È stato questo l’approccio educativo del medico pedagogista francese Jean Marc Gaspard Itard (Oraison, 24 aprile 1775 – Parigi, 5 luglio 1838) con il ragazzo selvaggio dell’Averyon.


