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Come e quando è scomparso il virus che causava il Vaiolo

La speranza espressa in ogni angolo del mondo è che il Covid19 presto venga eradicato e scompaia definitivamente. Nonostante l’ottimismo necessario, l’esperienza ci insegna che più che una speranza si tratta di una pia illusione. La storia del vaiolo ne è una dimostrazione. Nel 1967 l’Oms lanciò il programma per l’eradicazione globale del vaiolo e l’ultimo caso conosciuto di vaiolo nel mondo fu diagnosticato in Somalia nel 1977. Tre anni dopo L’Organizzazione mondiale della sanità dichiarò ufficialmente eradicata questa malattia che pure aveva colpito le popolazioni umane di tutti i continenti da migliaia di anni. Il virus del vaiolo, appartiene alla famiglia Orthopoxviridae, e utilizza gli esseri umani come unici ospiti e per questo non si trasmette via animali o insetti. Ha piccole dimensioni ed è relativamente stabile a temperatura ambiente. Per secoli le epidemie di vaiolo avevano sparso il terrore, non solo per l’elevata mortalità ma anche per le cicatrici lasciate sul corpo dei sopravvissuti. Il contagio avveniva per contatto diretto attraverso la saliva o le escrezioni nasofaringee delle persone malate, oppure tramite i liquidi corporali infetti o gli oggetti personali contaminati. In letteratura vengono descritte due classiche forme cliniche di vaiolo. La più comune, originata dal virus Variola major che si manifestava con febbri alte e pustole ulceranti sul corpo, distinguibile in quattro tipi: quello ordinario (90% dei casi), una forma lieve presente in soggetti già vaccinati, il vaiolo piatto o maligno e quello emorragico, raro ma molto grave. Il Virus Variola minor, era invece responsabile di una malattia meno pericolosa, con una mortalità al di sotto dell’1%. Il periodo asintomatico di incubazione della malattia, è di 7 – 17 giorni e raramente avviene il contagio, che invece inizia al momento della comparsa dei primi sintomi (febbre, malessere, emicrania, dolori muscolari e talvolta vomito). Da 2 a 4 giorni, la temperatura è molto alta e compare una eruzione cutanea consistente in piccole macchie rosse sulla lingua e nella bocca, che possono durare circa 4/5 giorni e trasformarsi in ulcere. è in questa fase che il rischio del contagio è elevatissimo. Nel frattempo insorgono nuove lesioni cutanee su tutta la pelle, a partire dalla faccia fino alle braccia, le gambe, le mani e i piedi, fino a coprire l’intero corpo nel giro di 24 ore. A questo punto la febbre scende e la persona comincia a sentirsi meglio. In pochi giorni, però, le macchie si trasformano in vescicole purulente, la temperatura risale di nuovo e rimane finché le pustole non diventando crosticine che vanno incontro a desquamazione e in 3/4 settimane a completo distacco con esiti cicatriziali profondi, noti come butteratura. La fase di contagio cessa con la caduta di tutte le crosticine. Siccome si tratta di un virus, la cura con gli antibiotici non è evidentemente efficace, non esiste un trattamento specifico e l’unico modo di prevenirlo è la vaccinazione. Il primo vaccino antivaioloso risale al 1796, formulato dal medico inglese Edward Jenner dopo aver osservato che le donne che contraevano il vaiolo bovino, non venivano colpite da quello umano. Convinto della sua teoria, Jenner vaccinò il figlio di otto anni con siero estratto da pustole di vaiolo vaccino e poi lo infettò con il vaiolo umano, ottenendo la prevenzione attiva della malattia. Ci sono prove, però, che già due secoli prima in Inghilterra era iniziata la pratica della vaiolizzazione, introdotta poi anche in Italia nello Stato Pontificio, che consisteva nell’iniettare in un soggetto sano del pus prelevato da un malato in via di guarigione, ma i risultati non erano sempre sicuri. Dopo Jenner, la vaccinazione divenne una pratica generalizzata e nel 1799, il medico milanese Luigi Sacco la diffuse nella Repubblica Cisalpina, riducendo drasticamente la mortalità da vaiolo. Nel 1888 in Italia fu introdotto l’obbligo della vaccinazione contro il vaiolo, sospeso nel 1977 e definitivamente abrogato nel 1981. Il vaccino antivaioloso era composto da virus Vaccino di origine bovina vivo, e pur garantendo una elevata immunità contro il vaiolo (95%) per 3-5 anni, aveva molti effetti collaterali (febbre, mal di testa e irritazioni su tutto il corpo, ma perfino la morte). Le persone più soggette a effetti avversi erano quelle affette da malattie cutanee (eczemi, dermatiti) o con sistema immunitario depresso (trapiantati, pazienti oncologici, sieropositivi). Negli anni ’60 e ’70, quando la vaccinazione era ancora obbligatoria, furono riferiti casi d’infiammazione cardiaca. La vaccinazione andava effettuata inoculando sottopelle diverse dosi di virus, causando una piccola escoriazione, cui seguiva in 3 o 4 giorni una ferita rossa e irritata, presto trasformata in una vescica piena di pus. In 3 settimane la crosticina formatasi cadeva, lasciando una cicatrice. Oggi in natura il virus non esiste più, mentre, per motivi di studio, alcuni ceppi sono mantenuti in vita solo in due laboratori in condizioni di stretta sicurezza: uno negli Stati Uniti e uno in Russia, e scorte di vaccino antivaioloso sono ancora disponibili tramite l’OMS per una malaugurata necessità immediata. Un timore tornato d’attualità dopo il 2011, come possibile epidemia generata da un deliberato attacco bioterroristico con rilascio di virus nell’ambiente che ha portato solo negli USA alla vaccinazione di 25mila sanitari e 325mila militari americani. Questa breve storia deve convincerci che la guerra contro il Covid19, appena iniziata, verrà sicuramente vinta ma non si può sperare che il tutto possa avvenire in pochissimi mesi, o anche solo qualche anno. Ci vorrà tempo, risorse e soprattutto tanta collaborazione a livello internazionale.

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Tag:, Last modified: Marzo 8, 2021
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