Written by 11:04 am Dermatologia

Cicatrici: quanti tipi esistono e come si curano?

Il trattamento delle cicatrici, specie quelle in rilievo, è una delle sfide della medicina e in particolare della dermatologia. Non sempre è infatti possibile intervenire per miogliorarne l’aspetto. Il successo o meno di un intervento su una cicatrice dipende, infatti, da diversi fattori. Età del soggetto, grandezza della cicatrice, la zona del corpo in cui si trova, il lasso di tempo intercorso dalla sua formazione. Tutte caratteristiche che influiscono sia sulla scelta della metodica che sulla sua riuscita. Fondamentale, però, prima e anche solo per consigliare una terapia, sapersi orientare tra i diversi tipi di cicatrici esistenti per meglio comprenderne le peculiarità. Su molti manuali di dermatologia la classificazione delle cicatrici comprende due categorie, ossia le cicatrici ipertrofiche e quelle atrofiche, ma attualmente si tende a ritenere che le cicatrice siano di tre tipi, contando anche i cheloidi che molto spessono venivano inseriti nel secondo gruppo. Iniziamo con le cicatrici atrofiche. Con questo termine si indicano quelle cicatrici, leggermente avvallate, in cui non viene prodotto abbastanza tessuto cicatriziale e collagene per riempire completamente l’area danneggiata. Molto complicate da trattare, perché in alcuni casi potrebbero riaprirsi, sono piuttosto comuni, basti pensare che nella categoria vi rientrano anche le cicatrici da acne e da varicella. Le cicatrici ipertrofiche, all’opposto, presentano un eccesso di tessuto tanto che spesso appaiono in rilievo rispetto al naturale livello della cute. Possono avere diversa origine: a seguito di una incisione chirurgica, una ferita lacerocontusa, un’abrasione, un intervento di criochirurgia, di diatermocoagulazione, una vaccinazione, ma in alcune forme anche di acne, ecc. Compaiono dopo circa 1-2 mesi dalla guarigione completa e sono associate a dolore e prurito. Infine nella terza categoria rientrano i cheloidi.

È vero che anche questi ultimi sono cicatrici ipertrofiche che nella maggior parte dei casi si sviluppano qualche tempo dopo la guarigione della ferita, tuttavia, a causa di una intensa iperproduzione di tessuto connettivo, la cicatrice cresce ben oltre la ferita e sulla pelle sana diventando più grandi della lesione originaria. Le cicatrici su parti del corpo in cui la pelle è soggetta a tensione sono più suscettibili alla formazione di cheloidi. Abbastanza spesso la tendenza genetica a sviluppare cheloidi è però ereditaria. I cheloidi si sviluppano con una frequenza fino a 10 volte maggiore in soggetti con la pelle scura rispetto a quelli con pelle chiara e a differenza delle cicatrici ipertrofiche, possono svilupparsi anche in modo spontaneo, solitamente nella regione presternale, senza alcuna ferita pregressa. Spendiamo ora qualche parola sulle differenze tra i diversi tipi di cicatrici e sulle loro peculiarità, partendo dall’aspetto: le atrofiche si presentano come un’alterazione di colorito rosso, dure e rilevate ma confinate nella sede originale della ferita, mentre le ipertrofiche hanno un aspetto similare a quello delle chele. Inoltre se le prime tendono a regredire col tempo le ipertrofiche e i cheloidi, al contrario, aumentano di dimensioni negli anni. Per quanto riguarda le terapie per prevenire e curare le cicatrici ipertrofiche e i cheloidi, sono diverse. La più diffusa è sicuramente l’applicazione per via topica di prodotti in gel e cerotti in silicone. Di facile reperibilità e applicazione hanno scarsi effetti collaterali e possono essere applicati su ferite chiuse ma anche su cicatrici già formate. Meno diffuso l’approccio meccanico esterno e l’intervento chirurgico poiché comportano una percentuale piuttosto alta di recidiva. Comunque in caso di gravi malformazioni questa resta la via più indicata anche se è importantissimo che vi sia una completa stabilizzazione della cicatrice. Anche in questi casi, dopo l’intervento, è importante applicare un prodotto a base di silicone o cortisone. Un’altra metodica piuttosto utilizzata è la crioterapia che porta alla distruzione del tessuto cicatriziale per meccanismo diretto e indiretto fino a una riduzione del volume del 50% in una sola seduta. Più delicato risulta essere invece l’approccio con la Radioterapia associata a chirurgia, da riservarsi a quelle cicatrici ipertrofiche e quei cheloidi resistenti ad altri trattamenti. Esiste infatti un pur limitato rischio cancerogeno, e la percentuale di successo è determinata dal distretto cutaneo in cui si agisce. Infine, sono allo studio diverse altre terapie di cui però si è in attesa di conoscere casistiche accurate. Tra queste una delle più efficaci sembrerebbe essere quella a base di iniezioni intralesionali di Avotermina (TGFb3 ricombinante), Interleuchina-10 ricombinante e Mannosio-6-fosfato.

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Tag:, , , , , Last modified: Luglio 13, 2020
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