Quando il ginecologo propone una villocentesi, la prima domanda riguarda quasi sempre il momento giusto per eseguirla. In genere il prelievo si programma tra la 10ª e la 13ª settimana, con una preferenza pratica per il periodo compreso tra l’11ª e la 13ª settimana. Qui chiarisco tempi, indicazioni, svolgimento, risultati, rischi e differenze rispetto all’amniocentesi.
Il momento giusto dipende dall’epoca gestazionale e dall’indicazione clinica
- Periodo abituale: tra la 10ª e la 13ª settimana di gravidanza.
- Finestra preferita: spesso tra 11+0 e 13+6 settimane.
- Prima della 10ª settimana: la procedura generalmente non viene raccomandata.
- Scopo: ottenere una diagnosi su anomalie cromosomiche o malattie genetiche.
- Risultati: alcuni test rapidi arrivano in pochi giorni, altri richiedono più tempo.

Quando si fa la villocentesi in gravidanza
La villocentesi si esegue di norma nel primo trimestre, quando la placenta è già sufficientemente sviluppata per consentire il prelievo dei villi coriali. L’Istituto Superiore di Sanità indica generalmente l’intervallo tra la 10ª e la 13ª settimana; molti centri preferiscono organizzare l’esame tra l’11ª e la 13ª settimana.
Non è consigliabile anticipare troppo la procedura. Un prelievo eseguito prima della 10ª settimana è associato a un rischio maggiore di complicanze e, per questo, viene normalmente evitato. Dopo la 13ª settimana il medico può valutare soluzioni diverse, tra cui l’amniocentesi, in base alla situazione clinica e alla possibilità tecnica di raggiungere la placenta.
Il conteggio delle settimane non si basa sempre soltanto sulla data dell’ultima mestruazione. L’ecografia del primo trimestre può confermare o correggere l’epoca gestazionale, soprattutto in caso di cicli irregolari o di ovulazione avvenuta più tardi del previsto.
Perché può essere proposta così presto
La villocentesi è un esame diagnostico invasivo, non uno screening. Questo significa che, a differenza del test combinato o del test del DNA fetale su sangue materno, può analizzare direttamente il materiale genetico contenuto nei villi coriali e verificare la presenza di alcune anomalie cromosomiche o malattie genetiche.
Il vantaggio principale è il risultato anticipato rispetto all’amniocentesi, che viene eseguita di solito dal secondo trimestre. Sapere prima se esiste una determinata condizione può permettere alla coppia di ricevere consulenza genetica, valutare le opzioni disponibili e programmare con maggiore consapevolezza l’assistenza durante la gravidanza e dopo la nascita.
Le indicazioni più frequenti
- un risultato ad alto rischio al test combinato o al test del DNA fetale;
- un’anomalia osservata durante l’ecografia;
- una precedente gravidanza con un’anomalia cromosomica;
- la presenza di una malattia genetica nella famiglia;
- un’alterazione cromosomica nota in uno dei genitori;
- la necessità di cercare una specifica mutazione genetica.
L’età materna, da sola, non determina automaticamente la necessità della villocentesi. Oggi la decisione dovrebbe considerare il quadro complessivo, i risultati degli screening, la storia familiare e le preferenze della donna o della coppia. Io ritengo importante non trasformare un dato statistico in una prescrizione automatica: la scelta va discussa con il ginecologo e, quando serve, con un genetista.
Come si svolge e cosa succede dopo
Prima del prelievo si esegue un’ecografia per controllare il battito fetale, la posizione della placenta e l’epoca gestazionale. La via più utilizzata è quella transaddominale, con un ago sottile inserito attraverso la parete addominale sotto guida ecografica; in alcuni casi si può ricorrere alla via transcervicale, passando dalla vagina e dalla cervice.
Il prelievo vero e proprio dura generalmente pochi minuti, mentre l’appuntamento completo può richiedere circa 30 minuti. La sensazione viene descritta più spesso come fastidio o crampo simile a quello mestruale, anche se la percezione varia molto da persona a persona.
Dopo l’esame possono comparire lievi crampi o piccole perdite di sangue. Di solito si consiglia di rallentare per il resto della giornata e di seguire le istruzioni del centro. Dolore intenso, sanguinamento abbondante, febbre, perdita di liquido o contrazioni persistenti richiedono invece un contatto tempestivo con il medico o con il pronto soccorso ostetrico.
Quanto bisogna aspettare per i risultati
La tempistica dipende dall’analisi richiesta. I test rapidi per alcune trisomie possono fornire un primo responso in pochi giorni, mentre il cariotipo completo o le analisi molecolari possono richiedere più tempo. Il medico dovrebbe spiegare in anticipo quali esami verranno eseguiti e quando è realistico ricevere ogni risultato.
Un aspetto che spesso crea confusione è il mosaicismo confinato alla placenta. Poiché la villocentesi analizza tessuto placentare, in una piccola parte dei casi il risultato può non riflettere perfettamente quello del feto. Se il dato è incerto o inatteso, può essere consigliato un ulteriore controllo, spesso tramite amniocentesi.
Rischi, limiti e condizioni da valutare
La villocentesi comporta un rischio di perdita della gravidanza, seppur basso, oltre a possibili sanguinamenti, infezioni o difficoltà nel prelievo. La percentuale precisa cambia in base all’esperienza dell’operatore, alla via utilizzata, alla posizione della placenta e alle caratteristiche della gravidanza. Le linee guida italiane riportano stime variabili, quindi non è corretto presentare un unico numero valido per tutte le strutture.
La procedura deve essere effettuata in un centro con esperienza nella diagnosi prenatale e con controllo ecografico continuo. Prima dell’appuntamento è utile comunicare al medico eventuali sanguinamenti, terapie anticoagulanti, problemi della coagulazione, infezioni o precedenti complicanze ostetriche.
Il fattore Rh
Se la madre è Rh negativa e il padre è Rh positivo o non conosciuto, il ginecologo valuterà la necessità della profilassi con immunoglobuline anti-D. È un dettaglio pratico importante, ma non va gestito autonomamente: tempi e indicazione devono essere stabiliti dal personale sanitario.
Leggi anche: Aumento di peso in gravidanza mese per mese - tabella e IMC
Quando la villocentesi non basta
La villocentesi non può diagnosticare ogni possibile malattia o malformazione. Il risultato è affidabile per ciò che viene cercato, ma non sostituisce le ecografie ostetriche e non esclude tutte le condizioni che possono manifestarsi durante lo sviluppo fetale.
Anche un test del DNA fetale positivo non equivale a una diagnosi definitiva. In questi casi la villocentesi, oppure l’amniocentesi se la finestra temporale è ormai superata, serve proprio a confermare o escludere il sospetto.
Villocentesi o amniocentesi quale esame scegliere
Non esiste un esame migliore in assoluto. La scelta dipende soprattutto da quando emerge il dubbio diagnostico, dalla posizione della placenta, dal tipo di analisi richiesta e dal rapporto personale tra rapidità del risultato e accettazione del rischio procedurale.
| Caratteristica | Villocentesi | Amniocentesi |
|---|---|---|
| Periodo abituale | 10ª-13ª settimana | Dal secondo trimestre, spesso dalla 15ª settimana |
| Materiale prelevato | Villi coriali della placenta | Liquido amniotico |
| Vantaggio principale | Diagnosi più precoce | Analisi di cellule fetali presenti nel liquido amniotico |
| Limite caratteristico | Possibile risultato riferito al mosaicismo placentare | Si esegue più tardi nella gravidanza |
Se il dubbio diagnostico nasce già nel primo trimestre, la villocentesi può essere la scelta più rapida. Se invece la situazione viene chiarita più avanti, l’amniocentesi può offrire una risposta adeguata senza tentare un prelievo placentare fuori dalla finestra abituale.
Come arrivare preparate alla decisione
La cosa più utile è non aspettare l’ultimo momento. Dopo un risultato di screening anomalo o un reperto ecografico sospetto, conviene fissare presto un colloquio di consulenza genetica, così da avere il tempo di capire cosa può mostrare l’esame e quali decisioni potrebbero seguire.
- chiedere quale problema si vuole verificare;
- informarsi sui tempi dei risultati rapidi e completi;
- domandare quale sia il rischio stimato nel centro scelto;
- verificare se il costo è coperto dal Servizio sanitario nazionale o da un’esenzione;
- portare referti ecografici, analisi precedenti e informazioni sulla storia familiare;
- chiarire cosa succede se il campione non è sufficiente o il risultato è dubbio.
Il costo, quando l’esame viene effettuato privatamente, non è uguale in tutta Italia e può cambiare in base al laboratorio e al pannello genetico richiesto. Nel pubblico possono esistere esenzioni o percorsi regionali, soprattutto quando c’è un’indicazione clinica documentata: è meglio chiedere direttamente alla struttura, perché le regole locali possono variare.
La risposta breve alla domanda su quando fare la villocentesi è quindi questa: in Italia si programma generalmente tra la 10ª e la 13ª settimana, spesso tra l’11ª e la 13ª, dopo aver valutato indicazione, ecografia e condizioni individuali. La data conta, ma conta altrettanto scegliere un centro esperto e arrivare alla procedura con informazioni chiare, senza confondere uno screening con una diagnosi.
